
Le pulizie, per quanto digitali siano, a volte permettono di rinvenire strani "oggetti". Questo è uno, stava tutto compresso in un tar.bz2 (quindi mediamente più compresso che in un tar.gz) sul server di casa. L'ho riesumato oggi rovistando in cerca di tutt'altro.
L'autore è d'accordo con la pubblicazione, quindi, eccolo qui...
Girò dietro le colonne dell'entrata principale e, sempre di corsa, raggiunse quella di servizio.
Ammiccò a Iosh, cambiando un pochino le parole del solito dialogo, ma nulla di che: "tutto ok? – certo e tu come te la passi? – Sì non c'è male, novità da ieri sera? – No, scusami, ma sono un po' in ritardo, a dopo - Ok, in bocca al lupo - Crepi, grazie - Dopo birra? - Dopo birra". Poi imboccò la porta e sparì, inghiottito da un normalissimo palazzo di Milano.
Solo che da centinaia di anni lì dentro l'aria tremava in modo diverso da tutti gli altri palazzi del mondo. Vibrazioni regolari e armoniche, un susseguirsi di aria rarefatta e veloce oppure compressa e ferma, eccitata da fiati, membrane e corde, in grado di muovere migliaia di timpani insieme e provocare emozioni che gli occhi non possono nemmeno sperare, neanche di notte, quando, chiusi, sognano la parte migliore.
Era dentro, incrociò lo sguardo di ghiaccio della violoncellista, impettita e in posa da indossatrice di busti. Inciampò in un paio di leggii, e ricevette le rispettive imprecazioni. Infilandosi in seconda fila passò dietro al primo violino e fu investito dal profumo intenso con cui la donna tentava di coprire la copiosa sudorazione, opera dei trentaduesimi, da maneggiare abilmente anche in un prestissimo. Finalmente intravide le sua seggiola libera, tra due colleghi, fece gli ultimi passi aprendo la custodia consumata vi si scaraventò, ancora con la giacca addosso.
Dall'orchestra giungeva un brusio sommesso e continuo, nervosismo malcelato. Ad un tratto, mentre si sedeva, il direttore lo scorse nella penombra della seconda fila: "Le sembra l’ora di arrivare? Guardi che lei è tra professionisti. Cerchi di accordarsi, almeno, e in fretta, che mancano meno di due minuti". Non rispose, sapeva che era assolutamente inutile. Sarebbe stato come cercare di convincere qualcuno che una foto in bianco e nero è spesso più bella di una a colori.
Estrasse con delicatezza la Conn dal suo guscio di plastica nera e ne accarezzò l'ottone smaltato della campana, passando le dita sulla scritta finemente incisa, poi trasse il bocchino d'argento dalla custodia, ci spernacchiò dentro un paio di volte per scaldare almeno quello e lo innestò sulla tromba. Era pronto, chiese la nota ad un collega, che poco mancò che lo snobbasse, e cominciò a maneggiare con i registri.
Il direttore stava picchiando la bacchetta sul leggio, con fare idiota da film americano. Cercava il silenzio, ma la cosa non turbò minimamente la Conn che invece inseguiva un maledetto e fuggevole Fa. Risuonò per un attimo sola e stonata nel silenzio degli strumenti che si spegnevano nella penombra della buca. Il direttore non lo privò della solita occhiata gelida e carica di disprezzo riservata solo a lui, che adesso se ne stava con la tromba in mano, male accordata e fredda.
Si accostò lo strumento alle labbra, premendole con delicatezza contro l'argento, senza esagerare. Suonò senza problemi per un bel pezzo, nel tranquillo e monotono scorrere dell'opera in questione, non tanto noiosa in sè, quanto ormai assimilata completamente. Il pezzo che preferiva si avvicinava, ma ancora aveva quella sensazione di disagio comparsa nel pomeriggio. Mancava qualcosa, era chiaro. Scorrendo il pentagramma con lo sguardo, aveva la netta sensazione che la sua parte, in realtà, fosse tutt'altra. Quello che doveva suonare lui, lì sopra, non c'era. Qualcuno aveva fatto delle modifiche, nulla di più probabile, e lui non era stato avvertito.
Ormai mancavano poche battute, la sensazione che qualcosa non fosse al posto giusto, ammesso che tale posto esistesse, era fortissima. Riportò lo strumento alla bocca ed ebbe la netta impressione di collegare al suo apparato respiratorio il naturale prolungamento che gli era sempre mancato. Come se quella Conn e il suo complesso di polmoni, bronchi, trachea e annessi fossero stati inspiegabilmente creati per funzionare insieme.
In due battute questi pensieri riuscirono ad allagargli la testa e ad annebbiargli la coscienza. Incrociò lo sguardo impassibile del direttore che impartiva l’attenti ai trombettisti, mancavano solo quattro quarti. Inspirò, abbassando il diaframma, quasi sette litri d’aria gli invasero i polmoni, una vampata di energia che gli bruciò fin nelle tempie.
Attacco.
Con decisione lavorò cercando di intonare la tromba, leggermente calante rispetto alle altre. La frequenza risalì appena e già il salto di quarta più famoso della storia della musica era sul suo spartito e premeva per liberarsi nell’aria di quella lucida sera e viaggiare velocissimo verso le orecchie di quei privilegiati, eccitandone i timpani avidi di emozioni. Sì, ora mancava davvero qualcosa su quel pentagramma. Anzi, mancava proprio il pentagramma, lì c'era solo una pila di fogli bianchi, apparentemente.
La musica proseguiva imperterrita, ma mille inquietudini ormai erano mescolate a ritmo e melodia nella sua mente, presa dall'estremo sforzo per mantenersi lucida. Invano si costrinse a mettere a fuoco il leggio che girava vorticosamente su sè stesso insieme al pavimento e ai piedi dei suoi colleghi. Avvertì un'ultima sensazione precisa, un tempo dondolante insinuarsi nella testa, un cinque ottavi poco marcato e zoppicante emergere e trovare spazio in un più rigido quattro quarti verdiano che si deformava e, adesso sì, indubbiamente era un cinque ottavi strascicato che gli batteva nella testa e gli modificava persino l’incedere cardiaco.
Chiamava qualcosa di triste dal fondo dell’anima, venne a galla repentino ed esplose tramutandosi in azione. Compresse il diaframma, inventò l'attacco e partì violento e deciso in un assolo, travolgente, jazz. Faceva fatica a stare seduto, e allora balzò in piedi rovesciando il leggio ed attirando l'attenzione del direttore che, perso in quel turbinio di note, si domandava chi diavolo fosse il pezzente che stonava.
In fretta buttò l'orchestra fuori tempo, un battaglione che scoglie il passo attraversando un ponte. Gli archi tacquero rovesciando in terra gli ultimi trentaduesimi sensati, la ritmica si infranse e il volume generale diminuì in fretta scoprendo e liberando quella Conn che adesso vibrava tra le mani e sparava note che mai uno spartito avrebbe potuto contenere.
Nasceva ed veniva soffiata direttamente nella tromba, quella musica, con la passione di una vita, le delusioni, i colpi ricevuti e la malinconia. Solo vibrazioni, nient'altro, per poter raccontare tutto ciò, quasi con dolore, soffiando e piangendo e tagliando il silenzio esterrefatto che mai aveva avuto per sè, aggrappato a quelle note inventate e bruciate subito, in mezzo ad un orchestra muta e ad un pubblico perso sulle scale che quell'anima costruiva, magistrale architetto.
Finalmente, rimase solo.